“Certa è la morte per chi nasce, e certa è la nascita per chi muore”
Il concetto di reincarnazione è entrato nella mia vita quando ero molto piccola: sarà forse per questo che quando, ormai adulta, ho provato a razionalizzarlo, l’ho fatto con tutta la spontaneità e naturalezza possibile, senza bollarlo come fantasiosa romanticheria. Si trattava di pensare alla malattia, al decadimento del corpo fino alla sua morte come condizioni temporanee, destinate a passare, semplici momenti da attraversare e non angosciosi spauracchi che ci annienteranno.
La reincarnazione, o “samsara” in lingua sanscrita, è uno dei concetti più antichi della civiltà e si accompagna strettamente ad altri due assunti: il primo, l’immortalità dell’anima; il secondo, il karma, ovvero la legge di causa-effetto che regola l’universo. In particolare l’immortalità dell’anima è un concetto che accomuna la totalità delle religioni del mondo: tutte partono dal dato compiuto per cui il corpo è un mezzo, una macchina, mentre l’anima è la nostra vera essenza.
Chi crede nella reincarnazione crede necessariamente anche all’immortalità dell’anima, poiché l’anima al momento della morte non si distrugge, semplicemente trasmigra da un corpo all’altro. Cambia le sue sembianze, ma la sua essenza è immutata e immutabile. Questo concetto se ci pensi rimanda molto a qualcosa che abbiamo studiato alle scuole medie…..ricordi? “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto cambia.” : la legge di Lavoisier sulla conservazione della massa.
La trasmigrazione dell’anima è espressa molto bene nella Bhagavad Gita, il più famoso testo indiano tratto dall’epopea del Mahabharata, nel quale Krishna spiega a uno sconsolato Arjuna:
“Mai ci fu un tempo in cui non esistevamo, io, e tu, e tutti questi re, e mai arriverà un tempo in cui cesseremo di esistere.
Come l’anima incarnata passa, in questo corpo, dall’infanzia alla giovinezza e poi alla vecchiaia, così passa da un corpo all’altro nell’istante della morte. L’anima realizzata non è turbata da questo cambiamento.” (cap. 2 versi 12,13)
Se ci pensi è un concetto estremamente liberatorio. Esso implica che la malattia e la morte altro non sono che condizioni temporanee da cui la nostra anima non è toccata né corrotta, fornendoci la libertà di pensare a noi in termini non già unicamente umani, ma spirituali, quasi cosmici oserei dire, poiché la nostra anima non è limitata dallo spazio e dal tempo che nel nostro mondo sono parametri imprescindibili e limiti invalicabili. Per l’anima spazio e tempo sono elementi fisici valicabili, il nostro mondo a quattro dimensioni cessa di essere tale e si arricchisce di leggi che ne regolano il movimento.
Una su tutte, il karma: il concetto per cui ad ogni causa corrisponde un effetto, e ad ogni effetto sottostà una causa. “Quel che è fatto è reso” dice un vecchio adagio, e l’essenza del karma è proprio questa. La legge karmica non implica tuttavia la vendetta, semmai la corresponsione di quanto facciamo o non facciamo, in una sorta di giustizia automatica che inevitabilmente ci punisce o ci ricompensa a seconda del merito.
Anche per questo nella cultura vaishnava è tanto importante non mangiare nessun essere vivente: per esempio, se è vero che il maiale che nasce in un allevamento intensivo nasce tale per aver commesso nelle precedenti vite atti che violano le leggi del mondo, è anche vero che noi, mangiandolo, ci metteremmo su suo stesso piano accumulando a nostra volta del karma negativo. Nella prossima vita, potrei essere proprio io a trovarmi maiale nell’allevamento intensivo, e potrebbe essere proprio quel maiale a trovarsi uomo pronto a mangiarmi!
La forma umana è considerata la più alta forma auspicabile di incarnazione. In soldoni, se nasco uomo dovrò pur aver fatto qualcosa di buono, nelle mie precedenti vite. L’uomo, se non vuole sprecare l’occasione che si è già conquistato assumendo tale forma, dovrà coltivare il suo senso religioso in primis, il rispetto del mondo e di tutte le forme di vita che lo circondano; la compassione nel senso greco di “siumpateia”, cioè “provare emozioni con”, senza approfittarsi della sua effimera superiorità nella catena alimentare ma al contrario adoperandosi per progredire ancora nella realizzazione spirituale, al contempo avendo comprensione e compassione per chi ancora non è riuscito ad acquistare forma umana.
In tutto ciò il grande escluso è dunque il “caso”: inteso come evento fortuito, accidentale, non legato a nessun’altra causa, esso non esiste. Di nuovo, il concetto filosofico si incontra e stringe la mano alla legge scientifica: in questo caso, la teoria del caos. L’effetto farfalla, l’idea per cui il battito di ali di una farfalla a Tokio può innescare una serie di concause a noi invisibili, ma concreti, per cui può far scoppiare un temporale a Toronto il mese successivo.
Ognuno ha il proprio percorso, e non ho la pretesa di farti cambiare le tue convinzioni: vorrei semplicemente farti riflettere su un punto di vista che può sembrare nuovo, ma che in realtà è vecchio quanto il mondo. Esso porta la nostra attenzione su aspetti etici su cui l’umanità si dibatte dalla notte dei tempi: la considerazione per noi stessi, il poter utilizzare le nostre vite creando valore per noi e per gli altri, l’impatto delle nostre azioni. Cercare di agire sempre secondo coscienza, tenendo ben presente che non saranno gli agi, il piccolo effimero potere che possiamo accumulare in questa vita, a fare di noi delle anime realizzate, ma il grado di comprensione e compassione che saremo in grado di raggiungere.
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