La vanità - La ricerca della felicità

La Ricerca della felicità
Karma in sanscrito
Menù
Menù
Vai ai contenuti
“Contemplando gli oggetti dei sensi nasce l’attaccamento, dall’attaccamento nasce la cupidigia e dalla cupidigia la collera. Dalla collera nasce l’illusione, e dall’illusione la confusione della memoria. Quando la memoria è confusa, l’intelligenza è persa e allora si cade di nuovo nella palude dell’esistenza materiale.”
Leggendo questo verso mi sono sentita un po' come San Paolo (ma in versione più modesta naturalmente) folgorato sulla via di Damasco. Non ho la pretesa di applicarlo nella sua interezza (questo verso è tratto, ancora una volta, dalla Bhagavad Gita ed è di una profondità e di una complessità che travalica la mia capacità di comprendere), ma ho trovato moltissimi “ganci” che ho potuto poi traslare nella vita di tutti i giorni. In effetti l’attaccamento alle “cose del mondo”, in primis la carriera, i riconoscimenti, i premi, mi hanno sempre gettata in numerose tribolazioni e grandi affanni.
Svolgevo un lavoro connesso al mondo della finanza ed ero considerata bravina, tant’è che ad un certo punto mi venne offerta la possibilità di fare un salto carrieristico: io accettai in un soffio. Non pensai nemmeno per un attimo al fatto che lasciavo un ruolo, e un ufficio, nel quale ero stimata e nel quale stavo bene. Non pensai alle tante ore lavorative in più che avrei dovuto passare lontano dalla mia famiglia e dalla mia casa.
Il cosiddetto tarlo dell’ambizione mi spingeva su terreni che si facevano via via più accidentati, pieni di trappole, e ogni volta che perdevo l’equilibrio non solo non venivo mai sfiorata dal pensiero che forse mi stavo avventurando su una strada che non faceva al caso mio, ma casomai mi incaponivo ancora di più e correvo ancora di più nel tentativo di riprendere il ritmo.
Correvo come una pazza dalla mattina alla sera e anche alla sera, malgrado mi rendessi conto della necessità di staccare la spina, di fatto restavo con la mente a tutti gli impegni e le scadenze che mi aspettavano.  Come una drogata, iniziavo a capire che quello stile di vita era per me dannoso e nonostante ciò vi restavo aggrappata con tutte le mie forze. Sentivo che avevo un malessere dentro di me, ma presa com’ero dalle mille cose quotidiane non riuscivo nemmeno a dare forma a quel malessere, non riuscivo a farmi delle domande, figuriamoci a darmi delle risposte. Mi sentivo davvero alienata: non sapevo da quanto tempo non leggevo un libro, non guardavo un film, non giocavo con mia figlia; con mio marito scambiavamo comunicazioni di servizio, ma di avere una vera conversazione non c’era né tempo né energia sufficiente.
Non era un granchè come vita!
Un giorno sentii casualmente una canzone che non sentivo da anni: “mi sono svegliato ed ho visto per certo che stavo dormendo”. E infatti mi sono sentita proprio come una persona che dorme essendo convinta di essere sveglia, di agire, eppure non coltiva nulla che crei un reale valore.  Quando parlo di creare valore intendo fare delle cose che realmente ci fanno crescere come esseri umani: che ci aiutino a sviluppare le nostre doti migliori, che ci accompagnino nel percorso verso il tipo di persona che vorremmo essere.
Nel mio piccolo ho potuto capire che le cose che mi danno realmente felicità non sono quelle che posso toccare con mano, ma quelle che posso sentire con il cuore. Se passo il mio tempo a inseguire le cose materiali, sarò sempre scontenta, perché esse non saranno mai abbastanza: quando ne avrò raggiunta una, subito inizierò ad arrovellarmi su come raggiungere quella successiva. Questa condizione di perpetua rincorsa mi porterà una grande frustrazione, a cui seguirà la tristezza, poi la rabbia, fino a che verrò travolta da tutte queste emozioni che hanno come minimo comune denominatore un’unica cosa: il fatto che, nel tentativo di acchiappare un ipotetico futuro, sto sacrificando il mio presente.  Questo inganno, nel quale sono caduta a piè pari e dal quale solo ora riesco pian piano e a fatica a liberarmi, è almeno nel mio caso connesso alla vanità. Si poggia cioè sull’assunto per cui il lavoro che svolgiamo, la maniera in cui vestiamo, il quartiere in cui viviamo, la macchina che guidiamo, definiscono la persona che siamo. Viviamo, è vero, in una società nella quale se non siamo  avvocati, o capitani d’industria, o direttori di giornale, non valiamo poi molto. Cerchiamo di possedere più cose possibili, la casa di design, il suv per accompagnare il bimbo a scuola, eppure siamo ugualmente scontenti e arrabbiati, e solitamente sfoghiamo tutta questa aggressività sul malcapitato di turno, il quale poi ci restituisce la cortesia.
Deduco quindi che l’accumulo di oggetti, cariche, titoli onorifici, non serve a renderci felici in questa vita. Casomai, serve solo ad alimentare la nostra vanità, la quale ha la caratteristica di renderci molto fieri di noi in un primo momento, ma dura appunto solo un momento, perché nell’istante in cui otterremo  quella gratificazione faremo molto alla svelta ad abituarci e a volerne subito un’altra più nuova, più grande, che ci faccia rivivere quell’attimo di fierezza, innescando così una spirale che non finisce mai.  
Allora, cosa possiamo fare per fermare questa deriva interiore?
Questo è, credo, il grande dilemma di questa epoca.
Ognuno deve trovare il proprio cammino e tutto ciò che possiamo fare è confrontarci sulla maniera che abbiamo di trovarlo. Personalmente, credo che la ricerca del divino e della scintilla di divino che è in ciascuno di noi sia la base di qualsiasi crescita solida: ma questa è solo la mia opinione. Non voglio assolutamente importi il mio punto di vista ma semplicemente invitarti a una riflessione: se anche tu senti il disagio che sentivo io, non ignorarlo, perché esso non potrà fare altro che crescere, fino a divorarti. Tu hai invece tutte le capacità e le condizioni per analizzare la tua vita e capire cosa in essa va cambiato. Si è sempre in tempo, il cambiamento non è soggetto a scadenza: ma quando lo capisci, non rimandare a domani. Quale cambiamento vorresti fare, oggi?

Nessun commento
www.laricercadellafelicita.eu Ver. 0.1 - webmaster Riccardo D.
Torna ai contenuti